di Alex Szilasi

La processione si avvia speditamente sulla stradina per Vignolo come se intendesse arrivare sull’Arpa.

In testa avanza a lunghi passi il portatore della grande Croce che pare non accorgersi né del sole di ferragosto né del peso del sacro legno. Il “camsòn” sulle sue massicce spalle tira un po’ da tutte le parti ed è anche troppo corto.

Il camsòn, che oggi è della parrocchia, fino a qualche tempo fa era personale: lo usavano per la Prima Comunione, per la Cresima, per la Processione e spesso lo indossavano per la sepoltura.

Il prete che segue la Croce con tutti i sacri paramenti con rapide occhiate fatte senza muovere la testa, con la coda dell’occhio, tra un Salmo e un’Ave Maria dirige tutto, dando ordini concitati: “e fermati” dice al capofila, quando i fedeli cominciano a non reggere più il passo e restano indietro, ma appena le file si serrano un poco, incoraggia: “e cammina!” Il tempo è sempre tiranno e non basta mai: tutti i giorni deve andare in più paesi sparsi qua e là nella valle e sui monti, a dire messa, visitare ammalati, celebrare qualche funerale e sempre più rari battesimi. Le funzioni vanno celebrate rapidamente, perché la gente che lavora in campagna non si può concedere soste: chiamano il pollaio, la stalla per la mungitura, l’accensione del fuoco per i “testi”. Il prete si deve adattare ma non ha problemi, conosce tutti per nome, i loro problemi, le sporadiche gioie e i dolori, per tutti ha la battuta giusta e il giusto consiglio.

Al crocevia sotto Vignolo la Processione inverte la marcia e oltrepassando la Chiesa prosegue fino alla piazzetta di Posponte, da dove con un altro deciso dietro-front fa ritorno alla Chiesa.

I fedeli, accaldati sotto i vestiti scuri della domenica e scarsamente allenati a portare la cravatta, entrano con un sospiro di sollievo nella frescura conservata da secoli dalle pietre del Tempio.

La processione non è in onore di San Vincenzo patrono della parrocchia e protettore dei vignaioli, ma di San Rocco, il quale non ha nulla a che fare con un buon bicchiere di vino. Egli, originario di Montpellier, arriva a Varese nella seconda metà del secolo XVI per andare pellegrino a Roma.

Nel suo viaggio si prodiga a curare malati di peste, operando miracolose guarigioni, finché non viene colto dalla malattia.

Mentre torna in patria viene imprigionato per spionaggio ad Angers dove muore.

Le sue reliquie vengono traslate a Venezia nel 1485 e sono conservate tuttora presso la Confraternita di S. Rocco fondata nel 1478 e resa famosa dal Tintoretto dal 1564 in poi (soffitto: s. Rocco in gloria).

La statua portata in processione rappresenta il patrono dei pellegrini e dei prigionieri che indossa una sorta di saio aperto su una gamba, lasciando intravvedere i bubboni pestilenziali, con a fianco un cane con un pezzo di pane in bocca.

La rappresentazione vuole evidenziare sia la generosità del Santo che, colpito dalla peste a Piacenza, per non essere avvicinato da nessuno, metteva in mostra le piaghe dimostrando una premura epidemiologica ammirevolmente precoce, sia l’ingegnosità dei Piacentini che, pervasi da profondo senso di misericordia, per non farlo morire di fame prima che di peste, affidavano il trasporto del pane al cane.

L’intervento della Provvidenza ci fu, ed il Santo guarì.

Sembra che se la cavasse pure il cane perché fu ripetutamene ritratto vicino al suo padrone, oltre che dal Tintoretto, dal Bassano, da Van Cleve, da Adrea da Murano, a dimostrazione della profonda venerazione verso S. Rocco da parte dei Veneziani.

La Chiesa è posta a metà strada fra le due frazioni, in comune, così come il nome del paese: Lusignana.

È costituito da due frazioni relativamente giovani, di epoca romana, Vignolo e Posponte, che rappresentano il limite geografico superiore della viticultura verso gli Appennini. I vecchi ricordano che i vigneti sulle terrazze sostenute da muri di sassi ormai in parte distrutti producevano dell’ottimo vino, sia per l’abilità dei contadini che per l’intercessione di San Vincenzo.

Nel cercare di risalire all’origine di questo curioso nome che secondo alcuni è riconducibile a “Nocignana”, paese delle noci, secondo altri a “Lusignolo” mi venne l’idea, in quel caldo pomeriggio di metà agosto, di curiosare un poco, peraltro senza la pretesa di precisione dello storico, nelle vicende dei popoli che hanno abitato nei secoli la terra di Lunigiana.

I Liguri Apuani e gli Etruschi

I primi abitatori furono i Liguri Apuani, coevi degli Etruschi, che hanno lasciato abbondanti tracce della loro permanenza plurisecolare in Lunigiana. Le fonti sono a volte nebulose, a volte anche tropo decise.

Pare che fosse Tyrrheos re della Lydia ad approdare con le sue navi cariche di guerrieri nella baia naturale che successivamente diventò il porto di Luni e a dare origine al fiorente insediamento umano che andava rapidamente estendendosi nella zona.

I Romani

I condottieri romani conoscevano bene il lato debole dei loro soldati: il legionario marciava soprattutto dove la vite poteva crescere. Superato questo limite perdeva l’entusiasmo, non aveva interesse a conquistare terre ostili e inadatte a tale coltivazione e, se spinto oltre cercava di rientrare quanto prima sotto climi più clementi. Per il centurione omano posto a guardia della strada che conduceva verso il passo appenninico della Cisa, principale via di comunicazione tra la Padania e l’Aurelia alta, il nome di Vignolo dovette suonare quale promessa di sicure delizie serali dopo una giornata di duro servizio.

Plinio fece una buona pubblicità alle valli di Lunigiana scrivendo: “Lunense inter Etruriae vina palmam habes…”.

L’attività del vicino Porto di Luni assicurò un forte traffico a questa strada e sicuramente anche a quelle collaterali meno importanti come quella che, attraverso il Monte Castello, scavalcava l’Appennino. Per l’importanza strategica del luogo, facilmente difendibile verso il mare e praticamente inespugnabile dall’alro lato, non è da escludere che i Romani vi si siano insediati stabilmente.

Gli invasori, che arrivavano da nord-est dopo aver sottomesso la Val Padana, percorrevano il passo della Cisa per raggiungere la Via Aurelia con l’ambita destinazione di Roma.

Nondimeno, le forze che cercavano di opporvisi, piuttosto che affrontare il campo aperto l’esorbitante numero di nemici, risalivano il passo dal versante del Magra cercando di intercettarli in punti di passaggio difficili ed obbligati. In questi punti sorsero fortificazioni del tipo di quella di Monte Castello in posizioni strategiche: Monte Castello è pressoché inaccessibile ma assai disagiato, per cui erano indispensabili per i rifornimenti basi d’appoggio più comode: Vignolo, Posponte, La Rocca?

L’assetto idrogeologico del territorio era ben diverso da quello attuale.

A parte il fatto che il mare era assai più vicino alle montagne (gli studiosi parlano di parecchi chilometri), la zona del Monte Castello formava un altipiano largo e comodo, adatto per un insediamento umano ben più ampio rispetto alle dimensioni desumibili dalle rovine oggi visibili. L’altipiano si estendeva, da una parte, verso la Colletta e dall’altra offriva un comodo passaggio verso Logarghena, la Cisa e Bosco di Corniglio.

L’acqua che ora alimenta da una parte il Canale della Rocca e dall’altra parte le sorgenti dei Brugieri e appare lontana dagli scavi, all’epoca doveva nascere nei pressi del Monte Castello stesso, rifornendolo di quel bene naturale indispensabile per gli insediamenti umani. Esistono tuttora delle tracce di questa falda idrica: la fontana al Prato del Prete e la Fontana del Saraceno, quest’ultima posta una cinquantina di metri sotto le rovine in fondo ad una parete di roccia verticale.

Man mano che passeranno i popoli più svariati a contendersi la zona, vi saranno dei cambiamenti anche radicali dell’assetto.

I Goti

La decadenza dell’Impero Romano d’Occidente, il conseguente indebolimento delle forze militari di difesa, la corruzione dilagante fecero sì che, quando nel IV secolo d.C. i Goti occuparono il territorio dell’Alta Lunigiana, nessuno fu in grado di contrastarli.

La prima grande invasione dei Visigoti, iniziata nel 376 a causa della pressione degli Unni viene limitata da Teodosio, il quale, alleatosi con Alarico, gli concede lo status di Federato dell’Impero, ma agli inizi del 400 Alarico, approfittando della debolezza dell’esercito romano di Onorio, prende il sopravvento sugli alleati e giunge a saccheggiare anche Roma.

Intanto arrivano anche Alani e Ostrogoti e, qualche anno dopo, pure Burgundi e Alamanni sotto la spinta di Attila.

Quest’ultimo, dopo aver devastato la Gallia meridionale, fece ancora in tempo a occupare Milano, Aquileia, Pavia, Piacenza, riuscendo a far passare parte dei suoi temibili guerrieri dalla Cisa. Distruggendo le guarnigioni dei Goti di Alarico, mette a ferro e fuoco Pontremoli, Lucca, Volterra e molte altre città, prima di venire sconfitto a Catalaunum (451).

Dopo il breve dominio degli Ostrogoti iniziò la supremazia di Bisanzio.

I Bizantini

Teodorico (incoronato re nel 474), assai sensibile al fascino della civiltà romana, fu inviato dall’imperatore Zenone, il quale, con intuito levantino, non potendolo battere se ne fece un alleato; l’ostrogoto da Ravenna riorganizza il territorio lasciando in carica parecchi collaboratori romani nella pubblica amministrazione e riserva solo i compiti militari ai suoi guerrieri creando una sorta di pacifica convivenza.

Nel periodo dell’Impero di Bisanzio (Impero Romano d’Oriente) tra Arcadio (395) e Giustiniano (565) e specialmente durante l’estensione dell’Impero a tutta l’Italia (conquiste di Giustiniano) non resta che ammirare l’abilità diplomatica degli imperatori nel comprare con oro e concessioni di ogni tipo l’amicizia di tribù barbare, dai Visigoti di Alarico agli Unni di Attila, agli Ostrogoti di Teodorico. Si dice che la zona del Marmagna e quindi anche Monte Castello fosse stata allora abitata dai resti della popolazione germanica dei Marcomanni.

Nei secoli che seguono la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (Odoacre 476) la zona della futura Lunigiana rimane sotto l’influenza culturale-organizzativa del sofisticato intreccio politico-religioso sviluppatosi in mano alle dinastie all’ombra di Santa Sofia.

La bizantina Provincia maritima Italorum comprende tutta la Lunigiana attuale più un tratto delle coste liguri.

Si può far risalire a questo periodo l’uso dei nomi mitologici di chiara impronta ellenistica, altrimenti inspiegabile tra gente che ha poca dimestichezza con le divinità dell’Olimpo (Artemio, Achille, Hermes, Euclide, Basilio, Merope ecc.) nonché la forma dialettale del plurale che termina per “-ia”, esattamente come in greco (pegria, moschia ecc.).

La prima fase del dominio di Costantinopoli culmina nell’età giustinianea.

Liguria, Padania, Toscana furono riconquistate nel 552 da Narsete, generale bizantino (478-568).

Il condottiero, un longevo eunuco di origine armena, ebbe una grande influenza alla corte di Giustiniano (imperatore “basileus” tra il 527-565) grazie al favore dell’imperatrice Teodora.

Questa ex cortigiana, figlia del guardiano degli orsi dell’Ippodromo, amava circondarsi di persone di obbedienza assoluta e prive di scrupoli, le quali resero possibile alla “Basilissa” l’effettivo controllo dell’Imepro all’ombra e ad onta dell’attempato Illirico, troppo occupato a compilare codici o condurre interminabili dispute su argomenti religiosi.

Narsete, già incaricato da Giustiniano di missioni importanti e di fiducia, viene mandato in Italia quando Belisario, dopo aver conquistato la zona costiera dell’Africa e la Sicilia, rimae bloccato a Roma dall’assedio dei goti di Vitige per un anno intero e intanto, per far cosa gradita a Teodora, destituisce Papa Silverio, poco conciliante verso i monofisiti protetti dall’Imperatrice.

Narsete incontra scarsa resistenza avanzando verso Piacenza. Con appena diecimila guerrieri occupa la Lunigiana, ove lascia una retroguardia di un migliaio di uomini sull’Appennino, probabilmente tra la fortificazione di Monte Castello e Filattiera, caccia Vitige, sconfigge gli Ostrogoti a Busta Gallorum, occupa Ravenna nel 540.

Poi ritorna in Lunigiana per combattere con successo le bande di Burgundi e di Alamanni calate dagli Appennini (555) e con successive operazioni annienta i focolai resistenti degli stessi sulle montagne della zona. Rimane per oltre un anno rintanato nelle sue fortificazioni sugli Appennini anche perché, oltre che essere località facilmente difendibili, rappresentano un’ottima sicurezza durante la pestilenza (la peste di Giustiniano) che nelle pianure e sulle coste dell’Impero mieté milioni di vittime.

L’eunuco non aveva fretta di tornare a Ravenna capitale dei territori bizantini in Italia (esarcato).

Persino a Costantinopoli giunse voce della guarnigione di guerrieri al sicuro “in terra di Fulacterion (Filattiera), indenne da tale flagello”, riferita da Procopio.

Narsete diventa Governatore in Italia fino al 567 e verrà deposto solo da Giustino II.

Nel frattempo Giustiniano porta a termine il suo ampio disegno di ricostruzione e di allargamento dell’Impero.

Il nome del “Basileus” è legato a grandi costruzioni e ad altrettanti disastri: ricostruisce la Cattedrale di Santa Sofia che era stata bruciata; mentre la peste uccide milioni dei suoi sudditi, allarga i confini dell’impero; il terribile terremoto del 536 distrugge le zone costiere del Mediterraneo e rade al suolo Antiochia e Giustiniano ne ordina il ripristino eseguito in tempi ridottissimi. Offre la possibilità di ampia collaborazione tra i liguri e le Provincie orientali dell’Impero fino a Gerusalemme e Cipro, ove si formano numerose colonie ben organizzate, provenienti dalle coste tirreniche, dando inizio a un commercio assai redditizio e a contatti sempre più stretti che resisteranno per oltre 700 anni rifiorendo durante il dominio delle dinastie Palologos e Komnenos e termineranno solo con l’espansionismo di Venezia nella seconda metà del millequattrocento.

Il grande terremoto del 536 probabilmente non lascia indenne nemmeno la zona del Monte Castello: deve essere franata la parte pianeggiante verso la Colletta, mentre l’altra parte dell’altipiano verso Logarghena (che poi crollerà poco per volta durante i dieci secoli successivi facendo pervenire enormi masse di detriti sulla zona costiera tramite le acque del torrente Caprio che si getta nel Magra) deve essere rimasta lesionata.

I Saraceni e i Longobardi

Il periodo delle invasioni mussulmane si intreccia con le successive conquiste logobrde (00-650).

L’occupazione saracena avviene in diverse fasi: prima dal mare, dal Porto di Luni, di durata piuttosto limitata poi dalla terraferma, ad opera delle truppe scacciate dalla Burgundia e dalla Provenza, infine, nuovamente dal mare, dalla flotta di Mughaid.

I longobardi di Alboino e Clefi penetrano nell’Italia settentrionale nel 571. L’occupazione della Lunigiana inizialmente è incruenta a causa delle nozze del marchese Accino (capostipite dei Malaspina, amico di Narsete, partecipe della guerra contro Vitige durante l’assedio di Roma) e la nipote di Alboino Alonda, ma quando il potere passa in mano a Rotardi nel 603 diviene assai pesante per la popolazione locale.

Già i Bizantini negli ultimi anni di dominio avevano trasferito il comando militare da Luni a Filattiera (Surianu, Fulacterion) e i longobardi, al loro arrivo, accentuarono la tendenza di concentrarsi sul territorio di questo Comune.

Rotari, ben sapendo che i Bizantini, temendo un attacco da nord, avevano fortificato l’alta Lunigiana, li attaccò da sud-est e li vinse, tuttavia alcune roccaforti bizantine, poste in zone inespugnabili, resistettero, con il risultato di spezzare, almeno a tratti, la diffusa egemonia lombarda fino ai tempi di Liutprando. Tra queste dovette esservi anche il Monte Castello, più per il fatto che i difensori erano stati gradualmente assorbiti nell’ambito della popolazione locale che non per vittoria militare dei longobardi per cui la fortificazione potrebbe riportare qualche traccia bizxantina.

I Franchi

Nel 737 Liutprando si allea con Carlo Martello. Suo nipote Ildebrando, associato al trono, unisce le forze del suo esercito con le truppe dei Franchi per cacciare i musulmani dalla Provenza.

Tornato in Italia, l’Imperatore passa in rassegna le guarnigioni tra l’Emilia e la Liguria, fonda una chiesa a Berceto e percorre la strada della Cisa (anche in questa occasione qualche frangia dell’esercito passerà per Monte Castello) e staziona per qualche giorno a Filattiera per rendersi conto della situazione locale, poi prosegue per incontrare il Papa Zaccaria a Terni (742) e gli restituisce quattro castelli presi dai Bizantini (Bomarzo, Orte, Blera, Amelia).

La zona, durante il periodo longobardo e quello carolingio, è unita amministrativamente a Lucca, ma con complicati intrecci locali.

I Carolingi dalla metà del secolo VIII dominano la Gallia, l’Italia settentrionale e la Germania occidentale, raggiungono il massimo dello splendore tra l’esaurirsi della prima espansione musulmana e l’inizio delle scorrerie ungare e normanne (775-825). Riescono a coagulare le tre caratteristiche migliori dell’Occidente: il vigoroso spirito di proselitismo dei monaci anglosassoni, il prestigio morale e le tradizioni culturali del papato, oppresso peraltro dalla fiscalità bizantina e dalla minaccia longobarda, e infine il potere economico/politico dei proprietari terrieri.

Fu il Papa Stefano III, rifugiandosi in Gallia, ad aprire le porte d’Italia ai Franchi (753). Prima Pipino il Breve poi Carlo Magno intervennero per annientare il potere longobardo (773) e togliere Roma ai Bizantini.

Carlo Magno diede un’organizzazione completamente nuova ai suoi vasti territori, che fu la premessa dello sviluppo della società feudale, che merita di essere esaminata per comprendere le complesse vicissitudini locali.

L’Impero fu diviso in Contee, queste in Viscontee, a loro volta divise in Circoscrizioni (Cantoni) che facevano capo ad un Castellano.

Nelle regioni di confine le Contee venivano raggruppate in Marche, governate da un marchese.

Una serie di rapporti basati sulla fedeltà e sui servigi resi, legavano il conte, visconte, ecc. all’imperatore fino ai vassalli minori. Il sovrano delegava, al suo “ban” (bando o vassallo immediato) i compiti di giustizia, di polizia, di comando.

I contadini e i pastori erano vincolati alla terra.

La guerra, le imprese eroiche al servizio del sovrano o di un potente signore erano l’unico mezzo per far fortuna.

Di tale costruzione la Chiesa fu il cemento, i vescovi furono gli unici in grado di amministrare soldati, missionari, educatori e ambasciatori. Ciò spiega l’accondiscendenza di Leone III a concedere la corona imperiale a Carlo Magno nell’800. A Bisanzio, Basilio il Bulgarotomo si indignò, ma dovette rassegnarsi impegnato com’era a sterminare i bulgari.

I Carolingi non riuscivano però a creare un’organizzazione stabile, essendo un governo di parenti, di amici, senza consigli, senza servizi, senza uffici. Più si allargava l’Impero più si indeboliva il governo.

Il Vescovo sorvegliava e assisteva il Conte nell’amministrazione della giustizia, ma altri Vescovi e Conti, dipendenti direttamente dal Re, percorrevano il territorio, interferendo, cosa che portò a parecchi contrasti insolubili. In quanto alla concessione di terre (beneficium), i carolingi l’assimilarono, a poco a poco, a una retribuzione dei servigi resi in guerra o nei pubblici uffici.

Gli insediamenti urbani padani e appenninici si svilupparono molto; il potere centrale faceva costruire fortini (castra); sorsero depositi (portus), con grande rilancio delle cave di marmo e dell’organizzazione del trasporto.

La nobiltà lombarda ormai consolidata rimane, ma con l’inevitabile apporto di nuovo sangue, la classe portante del nuovo ordinamento.

Lusignan di Poitou

Possiamo collocare in questo periodo l’inizio dell’ascesa al potere locale della nobiltà di Malaspina Obertenghi (marchese) e del suo vassallo Ugo Lusignan di Poitou, nobile della Provenza.

I terreni della zona alta, sotto il Monte Castelo, conservano tuttora il nome di Bando di Lusignana.

Nello stesso circondario esiste un dirupo ricco di sorgenti d’acqua chiamato Bocioni. È curioso sapere che Bosone (o Bocione) fu anche il nome del marito di Ermengarda (870), re di Borgogna e di Provenza.

L’espansione normanna e araba, le scorrerie degli Ungari e dei Bretoni fecero tremare sin dall’820 la fragile struttura carolingia, che poggiava su una Chiesa pacifista ma esposta a essere aggredita dal mare.

Localmente, dopo l’850, tutto faceva capo al Conte, dopo il 900 al Castellano, scivolando verso la feudalità, unica organizzazione adatta a una società sulla difensiva.

Si indebolì anche la chiesa, in quanto l’eccessivo frazionamento dei territori comportò liti politiche e militari sempre più accese tra gli stessi vescovi.

Nell’ambito di due generazioni si verificò il crollo dell’impero carolingio (Carlo il Calvo e Carlo il Grosso, deposto nell’887).

Il dominio carolingio rappresentò comunque un periodo di divulgazione della cultura: si costruirono nuove chiese, si diffuse l’istruzione di chierici e laici, furono create nuove scuole. Sorsero per tutta l’Europa edifici simili, e con uguali procedimenti costruttivi, miniature e affreschi affini, in cui si distinguono a malapena i caratteri locali da quelli delle antiche regioni romane.

È assai probabile che i resti di Monte Castello possano essere datati a quest’epoca, anche se, come si è detto, non è da escludere che siano sosrti su costruzioni di epoche precedenti.

L’amministrazione della zona, all’inizio del secolo X, costituisce il comitatus corrispondente alle circoscrizioni diocesane. Il primo titolare fu Oberto I obertenghi, che nel 951 separò la Lunigiana dalla Toscana includendola nella Liguria orientale.

Il suo successore, Oberto II, visse in stretto contatto sia con il Papato sia con Bisanzio, latore personalmente (con il cardinale Federico e l’arcivescovo di Amalfi) dell’anatema contro Michael Kerularios patriarca/antipapa.

I Saraceni

Nel 948, i Saraceni invadono il litorale, saccheggiano e devastano le città. Oberto II non è in grado con le proprie forze di arginarne l’offensiva e chiede rinforzi. Giungono in suo aiuto gli Aleramici e il conte della Provenza Ugo Lusignan, che riescono a liquidare gli insediamenti musulmani nella regione.

Per dimostrare la sua gratitudine, Oberto compensa il valoroso alleato con Vignolo e Posponte (con i rispettivi territori) e Monte Castello: è il momento in cui il Bando prende il nome dei Lusignan.

Nel 1016 una nuova ondata di Saraceni sconvolge tutto il territorio apuo-ligure. I feroci Mori di Mughaid penetrano ovunque portando morte e distruzione, finché Benedetto VIII indice una crociata. Le forze navali della Toscana e della Liguria riescono ad annientare la flotta di Mughaid.

Gli odiati saraceni lasciarono comunque delle tangibili eredità, sul territorio (metodo di fare i “croccanti”, dolce tipico dell’Asia Minore, la tecnica di preparazione dei due tipi di formaggio locale uguali al khasiri e alla feta tipo ricotta dell’Anatolia, la pronuncia della “ty”, come in “setya e styel”, ben diffusa in turco ma impronunciabile per un lombardo, fiorentino, emiliano o laziale ecc.)

La leggenda parla anche di una campana riempita di monili d’oro sotterrata dai saraceni in Monte Castello prima della loro definitiva sconfitta, che viene tuttora ricercata.

È possibile che Lusignan abbia deciso di ripristinare il fortino di Monte Castello.

Gli architetti militare francesi sanno utilizzare ottimamente le esperienze degli ingegneri bizantini e arabi, sviluppando un tipo di fortezza-castello (da cui il nome del monte) su altura, a pianta quadrangolare con una o più cinte murarie, torretta e contrafforti, in cui il mastio si inserisce nella parte piùd ebole della struttura a scopo di difesa.

Prototipo di tali edifici sempre a opera dei Franchi è il Qual-at-al-Husn anch’esso costruito dai Lusignan in Oriente nel secolo XII su un precedente nucleo bizantino dell’età giustinianea (tuttora esistente), la cui pianta risulta assai somigliante a quanto è rimasto da vedere sul Monte Castello.

Evidentemente i Lusignan non erano gente dedita a una vita sedentaria e si davano un gran da fare.

Nel 1097 partirono per la crociata con Pietro l’Eremita, ottenendo per un ramo della famiglia il Principato di Antiochia, mentre a un altro ramo toccò il trono di Gerusalemme, da dove ripiegò poi su Cipro, fondandovi la dinastia regnante fino al secolo XV.

In Monte Castello possono aver lasciato solo un gruppo ristretto di uomini e la loro discendenza dai nomi di impronta francese (Lusignan, Bassignan, Passignan il pittore: sembra di sentire D’Artagnan…). Tale discendenza deve aver mantenuto i contatti con il casato almeno per altre tre secoli e conservato le tradizioni, come dimostrerebbe l’uso di certi nomi di chiara importazione da Antiochia e Cipro, tuttora in uso, ma quasi sconosciuti nel resto del centro-nord, come Clorinda, Eudoxia, Erminia, Erminio.

La Lunigiana nei secoli successivi e il declino di Monte Castello

Nel secolo XI il territorio fu dominato dai Malaspina e dal ramo estense degli Obertenghi, Nel 1185 Federico I Barbarossa sancisce il potere del vescovo di Luni sul territorio, che prende il nome Lunigiana.

Nel 1202 il vescovo Gualtieri sconfigge i Malaspina, i due poteri formano un regime di condominio sulla zona, ma il vescovado (nel frattempo trasferito a Sarzana) si trovò a combattere contro Genova, Pisa, Lucca ecc. finché il potere del comitato vescovile crollò definitivamente con il vescovo Antonio (pace di Castelnuovo, 1306).

Le nuove invasioni prima delle truppe di Carlo VIII e poi degli spagnoli nel 1537, la terribile pestilenza del 1576, nonché le forze inesorabili della natura (terremoto devastante del 1482) portarono un progressivo degrado delle strutture di Monte Castello.

La sorgente del canale della Rocca si abbassava rapidamente, scavando un dirupo profondo che allontanava sempre più la preziosa acqua. La frana fece crollare parte della fortezza naturale, facendo rotolare più in basso dei grossi massi come il Sasso Scritto o il Sasso della Morèta, tuttora ricordati nelle tradizioni, e provocò il crollo degli ultimi tratti della parte pianeggiante contenente probabilmente il luogo di sepoltura, ricoprendolo di tonnellate di detriti.

Dalla seconda metà del Cinquecento il territorio viene inglobato nel Capitanato di Fivizzano, di dominio fiorentino, il quale ben presto cambiò strategia, togliendo ogni importanza al castello (e alle fortificazioni in genere) e favorendo lo sviluppo di centri più a valle, lungo le vie dei traffici. Da quel momento Monte Castello perse ogni significato, e venne utilizzato da parte di pastori, boscaioli o comunque di gente che abitava nei due paesi di Vignolo e di Posponte e vi si tratteneva solo saltuariamente, fino a che la folta vegetazione non ebbe il sopravvento.