Racconti di Lunigiana – 3

di Francesco Rossi

Ivo il guardiacaccia

“Sai,Tiziano, io tuo zio Ivo me lo ricordo proprio così; mi piace questa lapide, è bella, per quanto possa essere bella una lapide”: con queste parole la mattina del Lunedì di Pasqua di non molti anni fa, mi rivolgevo ad un caro amico in visita con me nel piccolo cimitero del paese, nei “Guercian”.

Già, una lapide, quella lapide di pietra grigia, raffigurante un uomo con la barba, in divisa da guardiacaccia, che cammina con passo spedito, proteso verso alte cime appenniniche.

“Ivo, viene stasera al campo degli Scouts?”: così, nel tardo pomeriggio di una torrida giornata estiva, circa 15 anni prima, invitavo il guardiacaccia al campo Scout di amici genovesi,che avevano innalzato le tende in un bosco di castagni nei pressi della strada per Gigliana, non troppo lontano da un fresco torrente.

“Certo che vengo!”, mi rispondeva entusiasta il mio interlocutore, dandomi appuntamento sulla piazza di Posponte, la sera, dopo il tramonto.

Più tardi un ragazzo e un uomo maturo in divisa da guardiaboschi percorrevano a piedi la strada verso Gigliana: mentre l’uomo parlava il giovane lo tempestava di domande, attendendo le risposte con curiosità: “Perché il sentiero dei matti si chiama cosi?”, e ancora, “Lei ha mai visto il capriolo?”

Ivo, con voce calma e paziente, rispondeva a tutte le mie domande ben contento di poter condividere con qualcuno le sue avventure nel quotidiano peregrinare lungo i sentieri della nostra magnifica montagna.

Per lui essere guardiacaccia più che un mestiere era una passione, un modo di essere e di vivere lungo gli aspri sentieri della vita.

La divisa di ordinanza grigia e i grossi scarponi di cuoio lo facevano sembrare ancora più magro di quanto fosse in realtà; il volto scarno, incorniciato da una folta barba rossiccia, era sovrastato da un berretto, anche lui grigio, con visiera.

Arrivati al campo scout, preso posto al centro di un cerchio di ragazzi,seduti intorno ad un fuoco, il guardiacaccia iniziava a raccontare interminabili storie,nelle quali scoiattoli,caprioli,volpi e cinghiali la facevano da padroni.

La sera si concludeva con un invito e una promessa che veniva puntualmente mantenuta la sera successiva e tutte le altre, fino al ritorno dei giovani a Bolzaneto.

“Lo sai, stanotte un fulmine ha colpito la stalla , gli ha ammazzato la vacca e ha sbalzato Ivo giù dal letto: sai la sua camera è attaccata alla loro stalla.”

Anni dopo in una fresca mattinata di fine settembre, mio padre, di ritorno dalla bottega (dove aveva appena comprato il pane e le sigarette) mi informava sulla disavventura capitata al guardiacaccia la notte precedente.

“E già, era piuttosto forte il temporale di stanotte e i tuoni e i lampi sembravano piuttosto vicini”, affermavo, incamminandomi verso Posponte, per farmi raccontare dal protagonista ciò che era avvenuto e constatare di persona le sue condizioni di salute.

Per fortuna la brutta avventura si era risolta con un grosso spavento e qualche ematoma, qua e là.

Nel pomeriggio alcuni compaesani, improvvisatisi macellatori, vendevano i resti della povera bestia e ogni famiglia, villeggianti compresi, faceva a gara per alleviare, almeno in parte, il danno subito , comprando pezzi di “bovino lusignanese”.

* * *

“C’è Ivo che non sta bene; pensa, mangia pochissimo, non riesce più a ingoiare nulla.”

Questo mi rispondeva mia cugina Giulia, da me interrogata sullo stato di salute dei suoi compaesani, un grigio e freddo sabato mattina autunnale, al mio arrivo in paese proveniente da Genova, 6 o 7 anni fa.

“Ma si é fatto vedere dal suo medico?”, domandavo, cercando di esorcizzare un sospetto, insinuatosi nella mia mente al sentire tali parole.

“Non so, credo che ci debba ancora andare”, continuava mia cugina osservandomi attentamente, per cercare di capire dal mio sguardo i pensieri che affollavano la mia mente.

Nel pomeriggio i tristi presagi di giovane studente di medicina traevano conferma dalle parole e soprattutto dall’aspetto del mio interlocutore che mi confessava come da un po’ di tempo gli riuscisse difficoltoso qualunque cibo solido.

Nei pochi mesi successivi il male, in fase già avanzata, portava a compimento il suo terribile percorso, lasciando dietro di sé una lapide di marmo grigio,nel piccolo cimitero di uno sperduto paese alle pendici dell’Appennino Tosco-Emiliano, tra le provincie di Parma e Massa-Carrara.

“Sai Tiziano, mi piace questa lapide, è bella, per quanto possa essere bella una lapide.”

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