Racconti di Lunigiana 2

di Francesco Rossi

Maria

“Maria, aiuto, la mucca ci sta mangiando il maglione!”

Così, urlando preoccupati ed eccitati per la nuova ed inusuale esperienza, io ed Emanuele cercavamo di attirare l’attenzione, mentre una giovane manzetta masticava tranquillamente la manica di un vecchio maglione di lana, osservando con aria stupita il nostro indaffarato e inutile tentativo di strapparle dal muso una così ambita ghiottoneria.

E Maria usciva dalla vecchia casupola di legno e sassi, dove, come ogni pomeriggio, stava mungendo le mucche, lassù al pascolo tra i castagni, nei “Brugeri”.

Con poche parole ci rimproverava per la nostra infantile avventatezza (lasciare oggetti commestibili alla portata delle vacche) e subito dopo, con sguardo rassicurante, ci chiedeva se volessimo una tazza di latte caldo, appena munto.

Mentre le sue ultime parole si spegnevano nell’aria afosa di un pomeriggio di agosto, entrava nella stalla a prendere, con un vecchio mestolo, direttamente dal secchio della mungitura, il latte che ci porgeva, sorridendoci felice e noi, Emanuele ed io, bevevamo con curiosità e gusto questa prelibatezza ricca di proteine e grassi, mettendo da parte tutte le nozioni più elementari di igiene e il concetto stesso di pastorizzazione del latte (che avrei appreso anni più tardi con gli studi di medicina): credo, anzi ne sono certo, di non aver mai gustato in vita mia latte più buono.

Dopo averlo bevuto con golosa avidità, chiedevamo a papà di poterla aspettare per poter ritornare tutti insieme al “Palazzo” per la cena.

Ricevuto l’assenso, entravamo nella piccola casupola in pietra per andare a sedere su sgabelli intagliati nel legno di castagno e osservare felici Maria che, finito di mungere, dentro un grosso paiolo di rame, riscaldato dal fuoco di legna, trasformava il latte in formaggio, servendosi di una sostanza prelevata da una misteriosa bottiglia (che avrei scoperto anni dopo essere caglio).

Così, quando l’afa pomeridiana accennava a diminuire, non era insolito imbattersi in una donna, dal viso abbronzato e il passo deciso, che scendeva verso il paese tenendo per mano due bambini in calzoncini corti e canottiera, seguita a breve distanza dal padre dei due bimbi che chiacchierava con un altro pastore.

Arrivati al “Palazzo” la contadina, appoggiato il corpo stanco su una panca di pietra, attendeva che la cena fosse pronta, parlando con il marito e le cognate.

“Emanuele vieni su che ti lavo!”

Uno dei monelli correva su per le scale, chiamato da una giovane voce femminile, per il bagnetto quotidiano, l’altro, il più grande, le si sedeva vicino, osservandola incantato mentre, con gesti misurati, si sfilava gli stivali per indossare più comodi zoccoli di legno e snodava il fazzoletto scuro annodato sulla nuca.

Allora candidi capelli bianchi, raccolti dietro in una treccia ben curata, facevano capolino tra le rughe della fronte.

Grandi e profondi occhi azzurri risaltavano vivaci al centro del viso bruciato dal sole.

“Vuoi venire in braccio Francesco?”

Raccogliendo l’invito, atteso con infantile impazienza, il piccolo si sedeva felice sulle stanche ginocchia della minuta donna e iniziava con lei un suo personale colloquio a base di “Perché questo?” e “Perché quello?”, tra i sorrisi dei presenti e le risposte argute di Maria.

“Le mucche mangiano quello che trovano, se è buono per loro, e non fanno differenza tra erba e lana di maglioni.”

“Carmelo non era ai Brugeri oggi perché era nei campi a tagliar l’erba per dar da mangiare alle bestie, nella stalla qui sotto, quest’inverno”.

La voce di mia madre interrompeva il colloquio: “Francesco, tocca a te, sali a lavarti!”

Il piccolo, scendendo dalle ginocchia della donna, saliva le scale lentamente, a capo chino.

“Mamma, dopo il bagnetto, possiamo andare dai Carnesecca, mentre aspettiamo che arrivi papà?”

Ricevuto il permesso il mio viso si illuminava felice; dopo un veloce bagnetto ripercorrevo in discesa quelle scale, per andarmi a sedere tra Maria e Carmelo, seduti a tavola per cenare.

Mio fratello mi seguiva e andava a sedersi tra Delina e Palmira.

“La volete un po’ di minestra?”, “Lo bevete un po’ di vino?”

A un nostro sorriso complice mani abbronzate e nodose ci servivano quei cibi semplici che noi mangiavamo usando da soli, con orgoglio, le posate e bevendo quel dito di vino rosso, come solo i “grandi” sanno fare.

“Mamma, noi abbiamo già mangiato giù dai Carnesecca: la minestra a pezzi con dentro anche i pomodori, la patona e bevuto anche il vino!”

Così, ritornando nella nostra cucina, raccontavamo fieri ai nostri genitori; subito dopo, seduti a tavola, cenavamo per la seconda volta, quella sera.

Più di quindici anni sono passati da allora e un giovane studente in medicina bussa ansioso ad una porta grigia, gridando: “Permesso?”.

Due vecchie donne, disfatte nel corpo da anni di duro lavoro, gli si fanno incontro, sorridendo felici, mentre un uomo della stessa età, seduto pensieroso alla finestra, si alza per porgergli la mano.

Il ragazzo li abbraccia e li bacia con tenerezza su una guancia, ricambiato con grande affetto dai tre fratelli.

Tutto nella cucina è rimasto come allora, solo il crepitio di un fuoco di legna, in una grande stufa, a riscaldare i corpi e sollevare gli animi, rammenta ai presenti che la stagione dell’estate è finita.

“La Maria come sta?”, domanda ansioso e curioso il giovane.

L’uomo risponde a capo chino: “Sempre uguale, è di là”.

Con passi incerti varco la soglia della camera, dove la vecchia contadina giace a letto, immobile.

Un timido raggio del pallido sole autunnale illumina la camera, facendosi largo tra le bianche tende alla finestra e va a terminare il suo infinito percorso sul volto ancora abbronzato della donna.

Profonde rughe solcano la sua fronte ampia e rugosa, sormontata dai candidi capelli bianchi.

Al mio comparire Maria pare muovere impercettibilmente le labbra, quasi un sorriso, mentre cerca di dirmi qualcosa emettendo rumorosi suoni inarticolati.

Mi guarda felice e io, stringendole forte la mano destra, la bacio con affetto su una guancia.

“Ictus Cerebri”, questo il nome scientifico di un accidente vascolare, per me piuttosto un’ingiustizia della sorte, che la costringe immobile in questa stanzetta, accudita con amore dai suoi cari.

La osservo lì, distesa in un letto troppo grande per il suo corpo già minuto e ora ammalato, il solo viso scoperto, quel suo viso dolce e ancora sereno, e gli occhi azzurri, i suoi profondi e grandi occhi azzurri che si muovono scrutando dappertutto: tenendo strette nella mente e nel cuore le nostre vecchie, interminabili conversazioni estive esco dalla stanza lentamente con gli occhi bassi, mentre un tumulto di sentimenti di tristezza, di commozione, di affetto si fanno strada nel mio cuore.

Mi asciugo una lacrima che ostinata scende su una guancia e ancora una domanda si fa largo tra i miei pensieri, l’ultima:

“Maria perché questo?”

 

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