Racconti di Lunigiana – 4

di Francesco Rossi

Un cielo stellato

“Le stelle come a Lusignana non si vedono in nessun’altra parte del mondo!”

Con questa perentoria affermazione zittivo e incuriosivo un gruppo di amici che, col naso all’insù, stavano osservando con me la volta celeste, ritornando verso casa dopo una breve passeggiata a Gressoney St. Jean, una fresca sera di agosto, la scorsa estate.

E già il ricordo corre ad altre lontane passeggiate serali, tra Posponte e Vignolo, lungo il serpentone di asfalto che taglia i verdi prati di Lusignana.

“Vedete quella stella lassù, sopra il “Castan Grosso”, la più luminosa, è la Stella Polare… e da lì guardate verso l’“Arpa” e vedrete il timone del Grande Carro… e poi li più in basso il Piccolo Carro.”

Con queste parole l’ingegner Parodi ci mostrava una voluminosa volta celeste, fermandosi ai bordi della strada, mentre rane insonni ci tenevano compagnia, gracidando senza sosta.

E noi ragazzi (mio fratello Emanuele, io e i suoi tre figli) con curiosità cercavamo di riconoscere tra mille e mille luci, apparentemente tutte uguali, la più brillante, la Stella Polare appunto, osservando incantati un tale meraviglioso spettacolo.

* * *

“Ma voi ragazzi, avete mai osservato un cielo stellato e quali sono stati i vostri sentimenti in quel momento?”

Così padre Giuseppe Lazzaroni (professore di Letteratura Italiana al Liceo Classico Calasanzio dei Padri Scolopi in Genova Cornigliano, un tipo in gamba) ci sollecitava per farci intuire, se non capire, la poetica mi pare del Leopardi, se la memoria e soprattutto la sensibilità letteraria non mi ingannano.

Sul momento queste parole mi parvero una sorta di espediente per stimolare una discussione a scopo didattico e lì per lì non ci diedi peso, finché una sera ebbi modo di osservare finalmente un cielo stellato.

Quell’anno, come ogni estate, avevo dato la mia piena disponibilità ad aiutare il G.S.C.L.(Gruppo Sportivo e Culturale Lusignana) nelle manifestazioni estive e particolarmente mi distinguevo come cameriere nei prati prospicienti la scuola.

Dopo una serata particolarmente pesante, al servizio di due comitive di persone, mi avviavo verso casa, stancamente; come sempre non avevo con me una torcia elettrica, da molti ritenuta indispensabile per camminare agevolmente al buio tra mulattiere e sentieri.

Non ho mai avuto paura del buio, neanche da bambino, e il camminare notturno tra ostacoli invisibili mi ha sempre affascinato, stimolando la mia perenne ricerca di sfide.

Quella notte non mi fermai come al solito alla porta della veranda ma proseguii, quasi una forza misteriosa mi spingesse verso un non so che di altrettanto misterioso: imboccando lo sterrato sopra casa mi avviavo con passi lesti ma circospetti verso la strada per la “Colletta”.

Ero già piuttosto avanti, quando l’ennesima storta mi costrinse ad un breve riposo forzato, seduto ai bordi della strada, su quello che aveva tutta l’aria di essere il limite ultimo di un prato: massaggiandomi la caviglia, mentre tentavo movimenti di flesso-estensione e di lateralità dell’articolazione, lo sguardo si volse per un attimo all’insù.

Quella sera il concorrere di fortunate circostanze, tra le quali non ultimo il mio stato d’animo più contemplativo del solito, contribuirono a creare quella che oserei definire la condizione ottimale per entrare in sintonia con un cielo stellato.

L’assenza della luna, l’aria tersa e la distanza da grossi centri abitati (anche le ultime luci del paese, quelle della festa appunto, erano ormai spente da un pezzo), creavano e creano le condizioni ideali per guardare quello spettacolo meraviglioso che ogni notte si ripete, sempre uguale, sempre diverso, in ogni parte del mondo.

In Italia per ragioni climatiche, geografiche e di densità urbana, le due regioni più adatte alla visione notturna della volta celeste pare siano la Valle d’Aosta e la Sardegna: balle galattiche!! Vi assicuro che l’Appennino, e in particolare il nostro tratto tosco-emiliano, offre le stesse opportunità, o forse è ancora meglio!

Quella notte, per osservare meglio, decisi di sdraiarmi più comodamente sul prato, sfidando l’umidità della terra e l’escursione termica notturna.

Osservando il cielo, le ansie, le inquietudini, le gioie, i dolori che scandiscono ogni attimo della mia, della nostra vita, per un attimo si dissolsero, quasi ingoiati da quella miriade di corpi celesti, perduti in una moltitudine di galassie, lassù nell’universo, come se io, se tutti noi, altro non fossimo che microscopici puntini in un minuscolo spazio di un piccolissimo pianeta, di una lontanissima galassia, persa nell’universo.

Subito un senso di pace si impadronì del mio cuore, mentre i miei occhi scrutavano attenti alla ricerca di una stella cadente, presagio di lieti avvenimenti.

Questo momento magico, quasi irripetibile, da sempre cercato e forse solo sfiorato, di profonda serenità non durò che lo spazio di una lunga scia luminosa che si accese verso Oriente, subito seguita da altre che sembravano voler terminare il loro cammino sui tetti delle prime case di Vignolo.

Il tumulto di un’anima inquieta reclamava insistentemente spazio, volendo instradare verso eventi che avrei voluto fortunati, quelle scie scintillanti che illuminavano il buio della notte di San Lorenzo.

Un dualismo interno tra due forze ugualmente agguerrite, si dipanò allora e si dipana ancora oggi sotto gli occhi attenti di astri lontani: nessuno dei due contendenti riuscì e riesce ad avere la meglio, in questa mia, nostra, eterna tenzone.

Da una parte la ragione, la razionalità che osservano il cielo stellato come un fenomeno della natura, con gli occhi curiosi e attenti di un uomo di scienza, dall’altra il sentimento, l’irrazionalità che vogliono piegare alle proprie aspettative la scia di luce prodotta dal cozzare di meteoriti contro l’atmosfera terrestre… “Se vedi una stella cadente esprimi un desiderio, vedrai che si avvererà…” Così ci hanno insegnato da sempre adulti, forse solo più illusi di noi.

Un brivido lungo la schiena, appoggiata da troppo tempo sulla terra umida, mi riporta per un attimo indietro alla mia formazione cristiana: “Ovunque il guardo ho posato, immenso Dio ti vedo!”

Con questo pensiero nel cuore mi alzo infreddolito e ripercorro a ritroso la casa di casa.

Un richiamo insistente mi porta da allora su un prato, a osservare sdraiato il cielo stellato (guarda un po’, ho fatto anche la rima!) la notte di San Lorenzo e altre in agosto a Lusignana.

“Francesco, senti, è molto tardi, noi andiamo a dormire”. Così mio fratello e alcuni amici, invitati nel campo davanti casa a vedere stelle cadenti, si congedano infreddoliti, saziati da una scorta infinita di desideri esaudibili.

“Si’, d’accordo vengo tra poco, voglio guardare ancora qualche stella cadente”.

Racconti di Lunigiana – 3

di Francesco Rossi

Ivo il guardiacaccia

“Sai,Tiziano, io tuo zio Ivo me lo ricordo proprio così; mi piace questa lapide, è bella, per quanto possa essere bella una lapide”: con queste parole la mattina del Lunedì di Pasqua di non molti anni fa, mi rivolgevo ad un caro amico in visita con me nel piccolo cimitero del paese, nei “Guercian”.

Già, una lapide, quella lapide di pietra grigia, raffigurante un uomo con la barba, in divisa da guardiacaccia, che cammina con passo spedito, proteso verso alte cime appenniniche.

“Ivo, viene stasera al campo degli Scouts?”: così, nel tardo pomeriggio di una torrida giornata estiva, circa 15 anni prima, invitavo il guardiacaccia al campo Scout di amici genovesi,che avevano innalzato le tende in un bosco di castagni nei pressi della strada per Gigliana, non troppo lontano da un fresco torrente.

“Certo che vengo!”, mi rispondeva entusiasta il mio interlocutore, dandomi appuntamento sulla piazza di Posponte, la sera, dopo il tramonto.

Più tardi un ragazzo e un uomo maturo in divisa da guardiaboschi percorrevano a piedi la strada verso Gigliana: mentre l’uomo parlava il giovane lo tempestava di domande, attendendo le risposte con curiosità: “Perché il sentiero dei matti si chiama cosi?”, e ancora, “Lei ha mai visto il capriolo?”

Ivo, con voce calma e paziente, rispondeva a tutte le mie domande ben contento di poter condividere con qualcuno le sue avventure nel quotidiano peregrinare lungo i sentieri della nostra magnifica montagna.

Per lui essere guardiacaccia più che un mestiere era una passione, un modo di essere e di vivere lungo gli aspri sentieri della vita.

La divisa di ordinanza grigia e i grossi scarponi di cuoio lo facevano sembrare ancora più magro di quanto fosse in realtà; il volto scarno, incorniciato da una folta barba rossiccia, era sovrastato da un berretto, anche lui grigio, con visiera.

Arrivati al campo scout, preso posto al centro di un cerchio di ragazzi,seduti intorno ad un fuoco, il guardiacaccia iniziava a raccontare interminabili storie,nelle quali scoiattoli,caprioli,volpi e cinghiali la facevano da padroni.

La sera si concludeva con un invito e una promessa che veniva puntualmente mantenuta la sera successiva e tutte le altre, fino al ritorno dei giovani a Bolzaneto.

“Lo sai, stanotte un fulmine ha colpito la stalla , gli ha ammazzato la vacca e ha sbalzato Ivo giù dal letto: sai la sua camera è attaccata alla loro stalla.”

Anni dopo in una fresca mattinata di fine settembre, mio padre, di ritorno dalla bottega (dove aveva appena comprato il pane e le sigarette) mi informava sulla disavventura capitata al guardiacaccia la notte precedente.

“E già, era piuttosto forte il temporale di stanotte e i tuoni e i lampi sembravano piuttosto vicini”, affermavo, incamminandomi verso Posponte, per farmi raccontare dal protagonista ciò che era avvenuto e constatare di persona le sue condizioni di salute.

Per fortuna la brutta avventura si era risolta con un grosso spavento e qualche ematoma, qua e là.

Nel pomeriggio alcuni compaesani, improvvisatisi macellatori, vendevano i resti della povera bestia e ogni famiglia, villeggianti compresi, faceva a gara per alleviare, almeno in parte, il danno subito , comprando pezzi di “bovino lusignanese”.

* * *

“C’è Ivo che non sta bene; pensa, mangia pochissimo, non riesce più a ingoiare nulla.”

Questo mi rispondeva mia cugina Giulia, da me interrogata sullo stato di salute dei suoi compaesani, un grigio e freddo sabato mattina autunnale, al mio arrivo in paese proveniente da Genova, 6 o 7 anni fa.

“Ma si é fatto vedere dal suo medico?”, domandavo, cercando di esorcizzare un sospetto, insinuatosi nella mia mente al sentire tali parole.

“Non so, credo che ci debba ancora andare”, continuava mia cugina osservandomi attentamente, per cercare di capire dal mio sguardo i pensieri che affollavano la mia mente.

Nel pomeriggio i tristi presagi di giovane studente di medicina traevano conferma dalle parole e soprattutto dall’aspetto del mio interlocutore che mi confessava come da un po’ di tempo gli riuscisse difficoltoso qualunque cibo solido.

Nei pochi mesi successivi il male, in fase già avanzata, portava a compimento il suo terribile percorso, lasciando dietro di sé una lapide di marmo grigio,nel piccolo cimitero di uno sperduto paese alle pendici dell’Appennino Tosco-Emiliano, tra le provincie di Parma e Massa-Carrara.

“Sai Tiziano, mi piace questa lapide, è bella, per quanto possa essere bella una lapide.”