L’inaugurazione del campanile

Le campane a Lusignana sono tornate a suonare.

I lavori al campanile e alla chiesa di Lusignana si sono conclusi, a fine luglio, e il 17 agosto, il giorno in cui tradizionalmente la comunità festeggia San Rocco, si è festeggiata anche la conclusione dei lavori – sul piano religioso con un rendimento di grazie e su quello civile con una presentazione dei lavori svolti, tenuta in particolare dall’ingegner Stefano Nadotti, che ha sovrainteso ai lavori con l’architetto Francesca Santucci, alla presenza del parroco Don Lucio, della sindaca di Filattiera Annalisa Foloni e degli assessori Costa, Longinotti e Tonarelli.

Nessuno aveva pensato di registrare la presentazione, ma una piccola parte è stata ripresa con un cellulare da uno dei dipendenti dell’azienda che ha svolto i lavori. Non è molto, purtroppo, e le riprese non sono perfette, ma… almeno per avere un po’ il “sapore” della giornata, lo abbiamo caricato su YouTube.

Stefano Nadotti ci ha passato del materiale tecnico sui lavori. Lo stiamo elaborando un po’ e lo renderemo disponibile a breve qui.

Racconti di Lunigiana – 1

Di Francesco Rossi

Inizia con questo contributo una serie di racconti di Francesco Rossi, scritti nel tempo sul filo dei ricordi – racconti legati a Lusignana e alla memoria dei suoi abitanti.

 

Lusignana

L’Arpa vista da Posponte

“Sei tornato a casa, e quanto ti fermi?”, così mi accolgono in paese al mio arrivo sulla piazza di Posponte, dopo un breve viaggio da Genova e già lo sguardo si volge a rivedere con gioia e nostalgia, affascinante e brullo, l’Appennino tosco-emiliano, che qui con espressione dialettale chiamano “Arpa”.

Per molte persone certi posti, certi odori, certi sapori assumono connotazioni particolari, sono vestigia presenti della loro vita passata, sono parte integrante non tanto delle loro memorie, del loro vissuto quanto piuttosto del loro stesso vivere, del loro essere.

“Qui Emanuele si è staccato e ha cominciato a camminare da solo”; “lì in quella cucina ci sedevamo io ed Emanuele a mangiare la minestra con i pomodori dai Carnesecca e poi la patona”; “mi è sempre piaciuto andare all’edicola della Madonna nel Martinel, guardare verso il basso la Rocca e ascoltare il rumore del canale che scende sinuoso verso valle, con alle spalle l’Arpa protettrice”; “allora, ragazzi, domattina andiamo a cercare funghi nella Fardana”.

E queste azioni semplici e banali non hanno più alcuna  connessione con il passato, ma sono vive, reali nella nostra mente, ogni volta che attraversiamo quel portone, o entriamo in quella cucina, dove volti abbronzati e aggrinziti ci guardano con gli occhi umidi e il cuore felice, o ancora percorriamo quel vecchio sentiero, tra campi ordinati e cespugli di more, ogni volta che saliamo sulla montagna a cercare porcini, e il passato e il presente si confondono nella persona che li ha vissuti e li vive.

Pochi altri luoghi del mio vivere quotidiano mi fanno provare questa esperienza così come questo sperduto paese alle pendici dell’Appennino, in quel pezzetto di Toscana incastonato tra Liguria ed Emilia.

E a Lusignana ritorno, ogni volta che gli impegni di una vita frenetica e soffocante me lo consentono, a respirare un’aria che sa di cose genuine e semplici, lontano da quel non so che di artefatto e posticcio che caratterizza l’abituale tran-tran di una città del Nord Italia.

Eppure trascorro gran parte della mia vita ai confini della città, in un paese alle spalle di Genova, che, gigante invadente, mi appare dalla finestra a rosicchiare spazio a verdi colline, non potendone rubare al mare.

Nell’alta Valpolcevera sono nato e cresciuto, in mezzo al verde non ancora totalmente soffocato da cumuli di cemento e asfalto: a Geminiano ho trascorso larga parte della mia ancor breve esistenza, ho sofferto o gioito per gli eventi della vita quotidiana, ho plasmato e ancora plasmo il mio essere umano, costruisco il mio futuro.

Nonostante tutto questo, le mie radici infiltrano tenacemente la terra di Lunigiana: molte volte ho cercato una spiegazione e molte sono state le risposte che, di volta in volta, ho trovato.

Che questo mio attaccamento sia atavico, quasi ereditato da avi che in questo meraviglioso lembo di terra hanno portato a termine la loro vita, o sia piuttosto l’obiettiva bellezza di questi posti ad attrarmi? O ancora il carattere delle persone che è un sapiente armonizzarsi di tre – per così dire – anime, la mordace intelligenza dei toscani, la contagiosa cordialità degli emiliani, la timida riservatezza dei liguri?

Questi miei scritti da una parte vogliono essere un tributo alla terra che ha dato i natali ai miei nonni paterni, alla nostra gens, nella più pura accezione latina del termine, terra che io adoro, dall’altra rappresentano il viaggio di un’anima lungo i sentieri della vita, dall’infanzia alla soglia dell’età matura, nella consapevolezza che il nostro essere è il frutto di un lungo, laborioso lavoro di assemblaggio e assimilazione di ricordi, esperienze, conoscenze passate.